Avengers: Endgame, come la Marvel ha cambiato del cinema che conoscevamo

Avengers: Endgame, come la Marvel ha cambiato del cinema che conoscevamo

Il 24 aprile esce nelle sale italiane Avengers: Endgame, il grandissimo finale di stagione di quella che è una serie tv immensa di cui vediamo una puntata ogni 5-6 mesi circa da almeno 11 anni. La Marvel, poi diventata parte della Disney,ha creato uno dei fenomeni più importanti dei nostri anni, portando al cinema le dinamiche editoriali che ha sperimentato, costruito e testato per decenni con successo sulla carta. Che si sia fan o no dei film di supereroi, l’idea produttiva dell’universo condiviso tra diversi film è stata la più importante che il cinema abbia avuto nei nostri anni e per certi versi quella che ancora lo tiene in piedi. Ora con quest’ultimo Avengers finisce un ciclo e poi ne dovrà iniziare un altro (che sarà tutta un’altra sfida).

Quando Jon Favreau, grande attore ma anche raffinato regista indipendente, si metteva alla guida di Iron Man nel 2008 era la prima volta che la casa editrice si cimentava nella produzione e quel film avrebbe impostato tutto il tono del successivo universo Marvel. Leggero, spensierato, con un po’ di commozione e grandissima enfasi su avventura, cambiamento ed eroismo. I film Marvel in linea di massima sono tutti stati realizzati seguendo quello stampino: raccontare l’eccitazione del potere, il divertimento dell’azione e un intreccio gigantesco in un mondo in cui la violenza esiste ma non è mai percepita (l’esatto contrario dell’universo Dc firmato da Zack Snyder, in cui la violenza è sempre dura, clamorosa e pericolosa).

Se dieci anni di Harry Potter avevano dimostrato che il pubblico può seguire una trama anche con un film l’anno, il Marvel Universe ha dimostrato che il pubblico può seguire intrecci complicati di film in film, può seguire sottotrame che iniziano da una parte e proseguono da altre e che può diventare conscio dei meccanismi produttivi (certi film sono Marvel e altri sono Dc, e solo all’interno del medesimo marchio condividono personaggi e storie). Star Wars, che è già un universo condiviso, vorrebbe fare lo stesso, come anche la Dc. Stesso discorso per la serie horror L’evocazione (fatta di sequel, prequel, spin-off e via dicendo tutti collegati) e così anche Fast & Furious, di cui esce tra poco lo spin-off Hobbs & Shaw, e Transformers.

Ma anche solo a livello di i singoli film la Marvel ha cambiato molto di quello che pensavamo di sapere riguardo il cinema d’intrattenimento. Le storie d’amore, che una volta erano una componente primaria del racconto, sono passate in secondo piano. Ci sono ma a loro sono dedicati meno minuti e soprattutto molta meno enfasi di recitazione e messa in scena. La Marvel ha quasi cancellato il sesso (e non è che sia una gran bella notizia), ha marginalizzato la politica e ha sostituito tutto ciò con storie di esseri umani che cercano di essere parte del proprio mondo. Gli eroi sono alle volte degli outsider che i poteri mettono al centro di tutto, oppure sono persone con un alto senso civico che finalmente possono fare qualcosa, o ancora dei villain redenti oppure figure borderline (Vedova nera per esempio o anche Hulk) che in un gruppo trovano un senso anche per se stessi.

Prima gli eroi erano i personaggi cui ambire, poi sono diventati anti-eroi (e lo stesso, in un modo perverso, erano personaggi cui ambire) per la Marvel sono invece individui che per un motivo o per l’altro non funzionano bene con gli altri. “Chi siamo quando siamo con gli altri?” si chiedono i loro film, ed è abbastanza scontato che sia questo il grandissimo racconto dell’universo Marvel al cinema nel momento in cui si trova a gestire tanti personaggi, storie di gruppo e intrecci in cui tutti influiscono su tutti, ma è anche vero che la maniera in cui i Marvel Studios hanno realizzato film corali non ha precedenti. Prima un film con molti personaggi aveva storie separate e solo blandamente intrecciate, ora dopo Avengers la questione è molto più complessa, c’è un obiettivo unico e tutti vi partecipano a modo loro, trovando nella collaborazione (che spesso nasce da uno scontro risolto) la soluzione.

In Infinity War il grimaldello geniale per raccontare tutto ciò è stato mostrare come l’attrezzatura degli eroi (ognuno ha un oggetto che lo definisca) è frutto del contributo di un altro eroe. Qualcuno gli potenzia un’arma, qualcuno gliela dona, qualcuno gliela ritrova. Siamo quello che siamo grazie agli altri. Semplice, universale, mondiale. Adesso Endgame risolverà il grande cliffhanger del film precedente (spoiler qui se non avete visto Infinity War: metà della popolazione dell’Universo muore), tirando tutte le trame e probabilmente rilanciandone di nuove. Comunque vada il film sarà inevitabilmente il racconto di una parte dei personaggi che cerca di salvare l’altra per sconfiggere insieme l’unica minaccia che richieda lo sforzo congiunto di tutti. Di fatto sarà la sublimazione del concetto di collaborazione tra mondi e realtà differenti.

Qual è il nostro posto nella società?” del resto è anche la domanda cruciale dei nostri anni, quelli in cui il ruolo delle minoranze e di tutti quelli che vengono trattati da minoranza è in forte cambiamento. Con un po’ di ritardo la Marvel ha recepito la necessità di aggredire quel fronte e quando lo ha fatto, di nuovo, ha cambiato tutto. Black Panther e Captain Marvel sono arrivati tardi ma si sono piazzati in cima alla lista dei film più influenti riguardo la nuova centralità di categorie prima marginalizzate. Addirittura la Marvel è stata così elastica da prendere due personaggi su carta non proprio famosissimi, i cui film arrivano molto tardi e molto vicini alla soluzione finale, e rivedere i propri piani mettendo questi eroi qui ad un livello di importanza anche superiori a quelli storici.

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