5 cose che il governo Conte-bis dovrebbe fare subito

5 cose che il governo Conte-bis dovrebbe fare subito

(Foto: Mario De Fina/NurPhoto via Getty Images)

Giuseppe Conte ha appena ricevuto da Sergio Mattarella l’incarico di formare un nuovo governo, il secondo della XVIII legislatura. Ora l’avvocato pugliese dovrà ripresentarsi al Quirinale con la lista dei ministri concordata fra Movimento 5 Stelle e Partito democratico. Nomi e punti da affrontare sembrano essere ancora in alto mare, ma tutto è possibile: il presidente della Repubblica ha giustamente fretta di dare un esecutivo pienamente operativo al paese. La sessione di bilancio è alle porte, la scelta del commissario europeo spettante all’Italia già scaduta e i cittadini si aspettano nuovi provvedimenti.

Ma cosa dovrebbe fare il Conte-bis – il “nuovo Prodi”, come lo chiama oggi qualcuno con un raggelante salto di fantasia – per provare a partire col piede giusto? Abbiamo individuato cinque punti – che poi non sono punti ma ambiti di eccezionale complessità – che a nostro giudizio dovrebbero entrare da subito nelle azioni dell’esecutivo.

Il primo è evidentemente lo smantellamento immediato dei due decreti sicurezza scritti e voluti da Matteo Salvini. Il primo sussulto di discontinuità arriverebbe dall’immediata cancellazione di quelle norme che puniscono chi salva vite umane in mare e producono clandestini per creare un problema che a parole vogliono risolvere. Sarà complesso, perché il M5s è pur sempre il partito dei “taxi del mare” e l’antipatia nazionale per le ong rimane profonda, ma c’è da sperare che come i grillini si sono fatti trascinare dal capo del Carroccio su un terreno tanto nauseabondo, non abbiano troppe difficoltà a tornare sui propri passi. L’ironia sarebbe, semmai, vedere lo statista Conte firmare e controfirmare cose del tutto in opposizione fra loro nel giro di pochi mesi.

Il secondo è la legge di bilancio, il tema-madre giustamente messo sul tappeto dal Pd ancora prima di discutere dei nomi. Non solo servono quasi 25 miliardi di euro per sterilizzare il possibile aumento dell’Iva, ma anche i soldi per tagliare le tasse sul lavoro, rivedere il guscio vuoto del reddito di cittadinanza, impostare una serie di misure urgenti per esempio sul diritto alla casa, con un nuovo piano di edilizia sostenibile accompagnato dalla lotta senza quartiere alle occupazioni gestite dalle mafie, con un piano di reinserimento per chi abbia la volontà di collaborare.

Sarebbe, poi, il caso di battere un colpo sui diritti civili. Riusciranno Zingaretti e Di Maio ad avere più coraggio di Gentiloni e Alfano, e ad approvare lo ius soli? Difficile: anzi, è quasi fantapolitica. Si potrebbe tuttavia ripartire da provvedimenti altrettanto centrali, mettendo rapidamente in calendario la stepchild adoption, una riforma del sistema carcerario (siamo a oltre 60mila detenuti a fronte di una capienza di 45mila posti, ma il punto va ben oltre), una legge sul fine vita richiesta lo scorso autunno dalla Corte Costituzionale dopo il caso di Fabiano Antoniani, per tutti Dj Fabo. Insomma, per 14 mesi questi temi sono stati congelati: riapriamoli, e magari risolviamoli una volta per tutte.

Quarto punto, i giovani. Non tanto la scuola – dove certo occorre mettere mano alle situazioni incancrenite – quanto tentare di costruire davvero un piano che tocchi situazioni complicate come l’elevata percentuale di neet, giovani che non studiano, non lavorano e non fanno altro: sono oltre due milioni, sono un bel serbatoio di futuro lasciato marcire. Oppure intervenire sul tasso dei laureati, il più basso in Europa dopo la Romania: tra i 15 e i 64 anni la quota degli italiani con un titolo di studio universitario è pari al 16,3%, contro il 27,7% della media Ue. Troppo poco per poter anche solo pensare di reggere le sfide che abbiamo di fronte: dalla dispersione scolastica (con tassi di abbandono importanti, abbiamo perso tre milioni di studenti in vent’anni) alla formazione di alto livello, il Conte bis dovrebbe concentrarsi su strumenti che agevolino il diritto allo studio, dagli alloggi ai prestiti d’onore, dalle borse di studio agli stanziamenti per la ricerca fermi nel complesso poco sopra l’1,2% del Pil.

Ultimo ma non ultimo – anzi – l’ambiente. Forse il fronte più complesso, perché ad elevatissimo rischio propaganda. Non so se serva un green new deal. Basterebbe intanto applicare rapidamente tutte le direttive europee sul tema, per evitare sanzioni salatissime e allinearsi alle migliori pratiche continentali (a partire dalla plastica passando per la depurazione, lo scorso anno abbiamo pagato 55 milioni di euro di multa per le acque reflue, fino al ciclo dei rifiuti), mettere la parola fine ai condoni edilizi e dare impulso alle demolizioni anche con leggi ad hoc che snelliscano la burocrazia; sostenere i piani dei privati per colonnine elettriche; lanciare un tavolo nazionale per i trasporti pubblici che metta comuni e regioni di fronte ai propri fallimenti. Il tutto nel quadro della massima concorrenza, che garantisce anche il migliore approccio a questi temi, applicando per intero la direttiva Bolkestein.

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